Borgo di Gangi – tra tetti e tamburi

Sensazione strana assai ho avuto percorrendo la statale delle Madonie che porta al borgo di Gangi… Tanto toccanti e particolari erano le immagini che mi stava regalando da lontano questo Borgo che avvertivo quasi timore ad avvicinarmi troppo. Temevo che una volta arrivato avrei rovinato quel quadro di poesia che già si era delineato nella mia mente.

Invece l’avvicinamento all’antica Engyon è stato come una sinfonia in crescendo rossiniano, con entusiasmante esplosione finale: perché girare tra i suoi vicoli mi confermava che andare a Gangi rappresentava una delle decisioni migliori da prendere nella vita.

Quella strada di dolci curve tra le Madonie avrei voluto percorrerla almeno dieci volte consecutive, e altre dieci volte ancora, e poi fermarmi venti volte almeno, per immortalare Gangi da tutte le angolazioni possibili, per regalare a me stesso e al mondo le “cartoline” che mi si presentavano a ogni metro di quel percorso d’avvicinamento. Così come ancora adesso provo il desiderio di voler ripercorrere quella strada in tutte le stagioni… per godermi il continuo mutare della natura intorno, e per ammirare alle sue spalle la vita dell’imponente Etna – magari con la sua cima imbiancata d’inverno o illuminata a festa nel corso di un’eruzione notturna –.

Un grande viale alberato con vista sulla valle dà inizio al giro alla scoperta di Gangi (che avrebbe meritato molto più tempo). Un minuto di raccoglimento nella bella chiesa antica all’ingresso del centro storico e poi via, alla ricerca della Sicilia perduta. Proprio questa sensazione, di essere alla ricerca di una Sicilia rara e preziosa, si manifesterà con un “affaccio” da togliere il fiato: una vera cascata di tetti fino a valle! Questa visione mi ha riportato in una Sicilia che sapevo di aver visto esistere da qualche parte – forse in un’immagine di qualche vecchio film o di un documentario di repertorio –, ma che nella realtà è sempre più raro trovare. Gangi trasmette una sensazione di benessere, c’è un senso in questo luogo, c’è un equilibrio di colori e forme. Pietra e ancora pietra, vicoli e vicoletti, scalinate e scalitte, chiese e palazzi antichi… e poi ancora affacci sui suoi tetti e sulle Madonie.

L’iniziativa “case a un euro” qui ha trovato la manifestazione più riuscita; mi hanno raccontato di anni entusiasmanti a Gangi, segnati da una grande unione d’intenti, dalla condivisione di un percorso sostenuto da ogni singolo abitante, commerciante, artigiano, contadino e politico che sia. Anche il New York Times ha dato molta visibilità e attenzione al borgo, e nel 2014 è arrivata la nomina a Borgo più bello d’Italia. Forse quel periodo è passato… ma non bisogna perdere quello slancio che ha reso speciale questo borgo.

A Gangi si possono scoprire anche realtà artigianali uniche, che diventano racconto del luogo e lasciano ricordi indelebili. Questo accade per esempio quando ci si ferma nella bottega di tamburi del mitico Fabrizio Fazio! Suoni e vibrazioni, sguardi fulminanti, movimenti – ora frenetici e a scatti, ora lenti e precisi –, onde sonore ed energie che t’avvolgono in un vortice ritmico che sembra portarti al centro dell’anima della Sicilia. Grande personalità madonita quella di Fabrizio, testimone coraggioso di un antico mestiere artigiano come quello della costruzione di tamburi, ma anche esecutore percussionista eccezionale, che ti ricorda anche la lunga tradizione dei tamburinari di Gangi. Penso che Fabrizio sia nato proprio per fare quello che fa in quel preciso luogo… è la persona giusta nel posto giusto.

Alla sera, ormai distante da Gangi, l’ho vista illuminarsi come un presepe… le sue luci sembravano schiacciarmi l’occhio, ammiccare da lontano di quell’amore a prima vista vissuto poche ore prima. Troppi sono i vicoli che ancora devo scoprire, troppe le prospettive uniche da ricercare e le persone da conoscere… e allora so che mi toccherà ritornarvi al più presto, magari cercare una trattoria con una finestrella con sguardo sui suoi tetti d’oro, e poi mangiando una bella “pasta ccu maccu” e un dolce “mastacuttè” col succo di ficodindia riflettere ancora una volta sulla stranezza di quest’altra Sicilia appena conosciuta… che in effetti – quasi come un ficodindia – alla bellezza dei suoi colori e alla dolcezza della sua polpa contrappone infinite piccole spine e altrettanti semi duri come le pietre, quasi a volerti continuamente ricordare  che quando ami qualcosa/qualcuno e questa ti attrae e ti lega a sé veramente, la devi accettare così com’è… prendere o lasciare. Ed io Sicilia mia nun ti lassu mai…

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