Lipari – L’isola dalle due anime

Lipari, un’isola e due anime – la bianca e la nera –, quella dell’ossidiana e quella della pietra pomice; due evoluzioni della stessa sorgente, due opposti per consistenza e colore che però hanno la stessa origine vulcanica.

Quest’isola nel corso dei secoli è stata un fiorente centro commerciale proprio per la ricchezza di ossidiana, pomice e zolfo. Arcipelago ricco di storia e avvenimenti quello delle “sette sorelle”, e attraverso una visita all’importante Museo di Lipari è possibile rendersi conto di quante vicende e commerci siano passati tra questi mari e vulcani nel corso dei millenni. Più che un museo si potrebbe definire come un Castello ricco di tesori, una cittadella fortificata con all’interno cinque padiglioni e almeno otto sezioni tematiche, resti archeologici e reperti dalla preistoria all’età classica, la cattedrale di San Bartolomeo, una vista sul mare blu sottostante.

Luogo mitologico è quello di Lipari: casa elettiva di Eolo, nato uomo e divenuto dio, domatore dei venti custoditi nelle caverne e in un otre dell’isola. Nella leggenda Eolo sostituisce Liparo diventando re dell’isola; ospita persino Ulisse, facendogli dono di un otre piena di venti contrari alla sua navigazione, ma sfortunatamente i compagni di viaggio l’aprirono scatenando una terribile tempesta dalla quale si salvò solo la nave di Ulisse.

La pagina di storia più sofferta di Lipari è sicuramente quella delle incursioni dei pirati… in particolare nel 1544 l’invasione del terribile Khair ad-Din Barbarossa segnò distruzione, morte e la deportazione di gran parte degli abitanti. Qualche anno dopo fu ricostruito un possente sistema difensivo bastionato a difesa dell’isola e del suo porto.

Quella delle incursioni dei pirati turchi è stato in realtà un periodo doloroso per tutto il mediterraneo, tanto che ancora oggi è attualissima in Sicilia l’esclamazione “mamma li turchi”. Finalmente nel 1571 le forze navali della Lega Santa, riunitesi nel porto di Messina sotto il comando di Don Giovanni d’Austria, segnarono una vittoria schiacciante contro le flotte dell’impero ottomano nella famosa battaglia navale di Lepanto, cambiando gli equilibri nel mediterraneo. Ancora oggi a Messina è presente la statua di bronzo del 1573 di Don Giovanni d’Austria, ai più distratti potrebbe sfuggire che sotto un suo piede è presente proprio la testa calpestata dello sconfitto e poi decapitato Alì Pascià.

Anche Maria Costa – la grande poetessa dialettale messinese – termina il suo doloroso racconto “Mariuzza e li tucchi” rievocando i protagonisti di quell’alleanza e l’importanza di quell’evento:

“Na para d’anni doppu, na’ para i figghioli chi pusa forti accussì si riuneru: un vinticinchinu Don Giovanni d’Austria vinni ‘i l’Astremadura, Gianni Andrea Doria vinni ‘i Genua, Agostinu Barbarigu vinni ‘i Vinezia, Francesco Pisanu vinni ‘i Belvedere Marittimo, Marcantonio Colonna vinni ‘i Roma, Sebastianu Venieru vinni ‘i Venezia, e infini Don Vincenzu Marullu vinni ‘i Missina. Pigghiaru ‘i pettu ‘u tuccu, ci ‘ncugnaru i mussa, ci rumperu i conna e controconna, ‘u ‘nsanguliaru bonu bonu, ‘u ficiru ‘ziccari nto pittusu e di tannu in poi finìu ‘u latrunigghiu, i cussari, ‘a priputenza e ‘a suverchiaria da menzaluna. ‘Nto tiatru miditirraniu si ‘nghiudiu pi sempri ‘u sipariu.”

Tolto questo peso storico ritorniamo alle meraviglie di Lipari, fortunatamente ormai assediata solo dai turisti.

Sicuramente Lipari è l’isola meno isola di tutto l’arcipelago, più di 11000 abitanti, un centro di discrete dimensioni con servizi e ospedale, vasta offerta di hotel e ristoranti di tutti i generi.

Una lunga strada principale collega le tre frazioni di Lipari centro, Canneto e Acquacalda. Allontanandosi dalla costa e passando dalle frazioni di Quattropani e Pianoconte si scopre anche il cuore agricolo dell’Isola, quella dei vigneti di malvasia e dei meravigliosi panorami dall’alto – indimenticabili saranno gli affacci dal belvedere Quattrocchi e dalla vecchia Chiesa di Quattropani –. Proprio partendo dalla più tranquilla Acquacalda, dopo pochi chilometri in salita, si arriva al piccolo agriturismo Tivoli… vi dico che qui il piacere principale non è quello di mangiare, ma piuttosto bisogna andare per godersi il panorama e un tramonto, magari sorseggiando un bicchiere di vino o birra, mangiando quattro oliveddi di quelle buone in attesa della cena. La vista è un vero sipario che si apre su Salina, Filicudi e il mare.

Proseguendo per lo stesso percorso si può arrivare al lato opposto dell’isola, fino all’immancabile belvedere Quattrocchi con la sua vista su calette, scogli dalle forme più strane e sui colori dell’isola di Vulcano. Poco lontano nella zona agricola di Pianoconte ci si potrà sostare nel bel contesto della Macina, modo perfetto per concludere sazi e soddisfatti una giornata da ricordare.

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La Spiaggia bianca, quella di Valle Muria, la lunga spiaggia di Canneto, altre deliziose calette da raggiungere solo via mare, il sito ottocentesco delle terme di San Calogero, le colate di Ossidiana e la montagna di pomice che si “tuffa” fino in acqua… davvero un territorio variegato, da scoprire con calma e possibilmente evitando i periodi di alta stagione turistica. La vita scorre lungo il corso Vittorio Emanuele e s’infiamma d’estate nella piazza di Marina Corta.

Io ai tempi scelsi di dormire nella più tranquilla zona di Acquacalda, praticamente case a cinque metri dal mare, con una spiaggia caratterizzata da grossi sassi arrotondati, punteggiati qua e là da sassolini di ossidiana o di pomice. Questo significava addormentarsi come in una seduta di musicoterapia della natura… le onde avvolgendo gli arrotondati “cuti” di mare – i sassi a riva – accompagnavano ritmicamente il loro rotolare continuo. Sotto la spinta d’acqua marina, delicata e possente nello stesso tempo, rotolavano tutta la notte “li cuti”, creando questo scroscio – o meglio scrusciu di mari–, un gioco di suoni meravigliosi e rilassanti, quasi a volermi ricordare anche nel sonno che di fronte a questo spettacolo della natura non semu propriu nenti…. niente siamo.

Lipari: un’isola e due anime… la bianca e la nera. Come fu per Eolo, in questo arcipelago arrivai da uomo e mi sentii subito come un dio.

p.s. vi segnalo un altro articolo su Lipari, che parte dalle medesime percezioni, quella delle due anime di Lipari, ma fornisce chiavi di lettura e spunti diversi. L’articolo è della fotografa e scrittrice Paola Tornambè e il suo articolo potete leggerlo sul suo blog cliccando qui.

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. SenzaAlcunaLogica ha detto:

    Letture sempre molto interessanti e paesaggi incantevoli! Complimenti! 🙂 Buona mattinata! 🙂

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    1. raccontodisicilia ha detto:

      Grazie di cuore e ricambio i complimenti!! Si cerca di trasmettere qualcosa… così, in fondo “SenzaAlcunaLogica” 🙂 Buona giornata a te

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      1. SenzaAlcunaLogica ha detto:

        Già! 🙂 Grazie a te! 🌸🌸🌸

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  2. imperfectum ha detto:

    Mi hai fatto voglia di visitare Lipari 🙂 Grazie !

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    1. raccontodisicilia ha detto:

      Bene, è proprio quello che volevo 🙂 Grazie a te

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  3. La sicilia deve essere un gran bel posto pieno di leggende e mitologia, oltretutto non è certo che un tempo venne colonizzata dalla Grecia, probabilmente è tutto il contrario, fu la Magna Grecia a colonizzare la Grecia, come si vede nel ripetersi della storia. Sono molto interessato ai miti, ultimamente ho fatto ricerche sulla riserva dello Zingaro a Trapani ma non sono riuscito a rintracciare l’origine del nome. Tu sapresti dirmi qualcosa in proposito, magari scrivendo un articolo sull’argomento.

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    1. raccontodisicilia ha detto:

      Le tue riflessioni sulla Magna Grecia sono interessanti ed in effetti Siracusa è stata anche la più grande città di quel mondo antico. Questo vale anche per le “dominazioni” successive, sembra che siano stati sempre gli altri a portare le cose in Sicilia e che nessuno di questi popoli ne abbia tratto conoscenza e vantaggi. Alla Riserva dello Zingaro ci sono stato e sicuramente scriverò qualcosa prossimamente, il nome sembra derivi da una contrada presente nella stessa riserva ma la vera origine rimane avvolta un po’ nel mistero… la cosa interessante è che quel tratto di costa si è salvata dalle speculazioni grazie a una vera e propria mobilitazione popolare e di alcune associazioni ambientali.

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  4. Sulla storia, dato che a scriverla sono sempre i vincitori, sono un po scettico e per quel che mi riguarda ho annullato tutte le nozioni ufficiali e mi baso solo sul reale, probabilmente la provenienza dalla Grecia è adattata a quella biblica. Sulla riserva dello Zingaro sono molto interessato, sul nome intendo, nei miei studi ho visto che molti nomi considerati negativi si possono invertire in positivi, ad esempio sono nato a Torino ma mio padre era toscano e da bambino mi sono preso più volte del terrone, poi ho scoperto che gli abitanti dell’italia per dire dalla Spezia in giù, quindi compresa anche la Sicilia erano chiamati Tirreni, appellativo che la storia assegna solo agli Etruschi ma che invece doveva comprendere tutta l’Italia non Celtica che doveva avere un linguaggio simile al Greco, e per quel che riguarda i veneti che sono detti terroni del nord può essere che abbiano origine da una colonia di tirreni trapiantati al nord. Naturalmente c’erano colonie celtiche anche al sud, nelle Marche Senigallia e forse anche Napoli, In pratica si tratta solo di un cambio di vocale. Sullo zingaro ci deve essere qualcosa del genere ma più difficile da interpretare e quella riserva è una traccia che sto studiando. Comunque grazie della risposta.

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    1. raccontodisicilia ha detto:

      Concordo e condivido. Sullo Zingaro proverò ad approfondire nei miei tanti libri sulla Sicilia ed eventualmente ti informerò. Su altre zone è stata molto più semplice la ricostruzione delle origini dei nomi, come per Scala dei Turchi. E’ passata troppa storia e vicende e per fortuna è stata una specie di globalizzazione ma accettando le diversità… per esempio Piana degli Albanesi, arrivati nel 500 ma dove tutt’ora si parla anche l’albanese, luogo d’origine della letteratura arbëreshe nel 1592 e della prima scuola europea nella quale si insegnava in lingua albanese. Ad Maiora

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    2. raccontodisicilia ha detto:

      Ho appena letto la ricostruzione di chi ha contribuito all’istituzione della Riserva con la famosa marcia di protesta del 1980… racconta che erano in predicato alcuni nomi da darle ma alla fine hanno optato per Riserva dello Zingaro, da una contrada della stessa dove sembra vivesse una famiglia di nomadi.

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  5. In tal caso si tratta di un nome recente, una probabilità ma devono essercene altre, anche per la piana degli albanesi, tu calcoli la loro venuta ma bisogna calcolare che i romani fondarono città ovunque e potrebbe essere considerato un ritorno, come pure per i turchi e comunque la storia del Barbarossa, dato che non si può toccare con mano, va presa come una leggenda e niente di più che però potrebbe ripetersi. Arabi e Normanni erano popoli rozzi privi di qualsiasi civiltà e non possono aver fondato nulla se non l’idea di povera gente come si vede dagli africani che sbarcano ogni giorno e dagli americani che occuparono la Sicilia nella seconda guerra mondiale. L’idea di povera gente che traspare dai libri di Verga che in Sicilia va estirpata assolutamente per ritrovare la ferocia delle tigri che è propria degli italiani se non si vuole far ripetere la storia.

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