Diario del Giorno in cui la nave si fermò a Messina…

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Oggi la crociera farà scalo nel bel porto naturale di Messina…

Di prima mattina stiamo già solcando le acque dello Stretto – ho sentito parlare spesso del “Bosforo d’Italia”: luogo di miti e di leggende –.
Dal ponte della nave mi godo i colori di un mare blu intenso. Il panorama a 360 gradi tra Scilla, Capo Peloro e il waterfront della città mi dà modo di apprezzare anche la bellezza delle chiese di Messina, che spiccano solenni in alto tra i palazzi. Alle spalle i monti Peloritani sembrano definire il panorama come un quadro di rara bellezza.
Non trattengo la risata quando sul muro di un vecchio edificio leggo la scritta: “sesso, droga… e fave a macco!”. Avevo sentito parlare dell’ironia sicula e della predisposizione del suo popolo per proverbi e detti tipici: sì, adesso posso finalmente dire che sono in Sicilia!

L’estate altrove è ormai al termine ma qui avverto ancora un’aria di piacevole vacanza. La nave starà ferma al porto per l’intera giornata ed ho molte ore da trascorrere nella città di Colapesce. Scendo dalla nave evitando accuratamente le gite organizzate e decido di incamminarmi in solitaria. Nel mio percorso a piedi continuo ad ammirare la falce naturale che forma il porto di Messina, si chiude con dei bastioni e la statua d’oro della Madonnina protettrice della città: “Vos et ipsam civitatem benedicimus”. Penso subito che in altri luoghi del mondo un regalo così generoso della natura l’avrebbero trasformato nel lungomare più suggestivo che si ricordi: una passerella belvedere in mezzo lo Stretto.

Mi avvicino ad una statua che riconosco in un bel Nettuno. Nella fontana del dio del mare spiccano altre figure mitologiche: sono i mostri Scilla e Cariddi in sembianze femminili! Alle spalle non passa inosservato un imponente Palazzo del Governo. Dopo un porticciolo turistico giungo in un’ampia passeggiata che mi dà modo di respirare e di godermi il panorama – la “passeggiata a mare” la chiamano, delimitata da un grande complesso di edifici attualmente chiuso –. Un signore distinto sulla settantina mi conferma che un tempo la struttura era sede di un’importante fiera campionaria, un appuntamento fisso per migliaia di persone in quello che lui ricorda con nostalgia come “uno straordinario Agosto Messinese”; poi continua il suo discorso arricchendolo di memoria storica:

– “Mi creda, la fiera ha origine antichissime… Federico III d’Aragona la concedeva nel 1296 alla città “in perpetuum et franca”, esentando da ogni tassa i mercanti che vi partecipavano” –.

Io penso che forse a Messina servirebbero molte più persone con la memoria storica del signore…

Ritorno sui miei passi quasi convinto di avere esaurito il mio giro a Messina, considerata troppo spesso solo una città di passaggio per mete più importanti. Da lontano, su un tavolino di un bar, noto dei bicchieri in vetro divisi in parti uguali da un contenuto metà bianco e metà scuro; accanto un piccolo cestino con le classiche briosce siciliane – “saranno le famose granite” penso –. Mi avvicino e chiedo dettagli a due ragazzi intenti ad inzuppare la brioscia. Soddisfatti del mio stupore mi consigliano di provarla immediatamente: “deve chiedere una mezza con panna” sentenziano. Così faccio, seppur molto dubbioso del connubio panna-granita. Un dubbio che svanisce al primo assaggio… “minchia che buona” mi scappa d’istinto! Ridendo e con lo sguardo compiaciuto, alla mia esclamazione i ragazzi ribattono subito: “bene, si è già integrato”. Granita caffè con panna di Messina: ma questa è un’armonia di sapori, di consistenze e temperature diverse che non fanno altro che solleticare le papille gustative e risvegliare i sensi. L’unione tra panna, granita caffè e brioscia farebbe tornare il buon umore a chiunque… da non credere! La colazione messinese è andata, posso continuare con entusiasmo il mio percorso senza meta nella città.

Neanche cinque minuti di strada ed ho la fortuna di passare accanto a un altro bellissimo edificio. E’ il Teatro Vittorio Emanuele – leggo che all’interno è caratterizzato da un grande affresco di Guttuso e altri particolari di notevole pregio –. Il direttore artistico è stato Giovanni Renzo, un grande pianista e compositore della città che ha firmato con le sue note dei veri capolavori musicali.

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Poco più avanti giungo ad una grande piazza con un’apertura fronte mare: è ricca di aiuole fiorite e accoglie la bella sede del Comune di Messina. Incuriosito vado all’ingresso dell’edificio… un vigile forse sviato dalla mia macchina fotografica mi dice: “per vedere i pesci vada al piano superiore”. Io non capisco ma seguo l’indicazione pensando di trovarmi di fronte ad un acquario particolare. La sorpresa è grande, trovo molto di più di un acquario, ad attendermi ci sono dei pesci in ferro di dimensioni e caratteristiche reali. Un polpo, un pesce spada, un  pesce luna e tanti altri esemplari che solitamente animano le acque dello Stretto. Una voce intensa da lontano mi chiede:

– “le piacciono i miei pesci? La prego non mi chieda come sono riuscito a farli perché ancora non l’ho capito neanche io. So solo che non sono in vendita e che cercano una “casa” stabile nello Stretto. Piacere sono Fabio Pilato, il papà di questi pesci”.

Parlando con il creatore vengo a scoprire molti particolari che mi fanno apprezzare ancora di più la fortuna di essere capitato in questo luogo. Alla fine chiedo il costo del biglietto per la mostra e mi viene risposto “niente… e da quasi due anni che sono in esposizione gratuita per la cittadinanza”. Io pensavo che nella vita non esistesse più niente gratis, figuriamoci poter ammirare opere uniche frutto chissà di quali fatiche e notti insonni… “sono proprio fortunati i messinesi” penso emozionato.

Ritorno nuovamente in piazza Municipio e non posso non apprezzare questa ampiezza di spazi, questa luce che sembra prima toccare il mare e poi lanciarsi carica di riflessi per le vie della città. In alcune cartoline esposte noto che al margine della piazza sono presenti due grandi statue a cavallo; chiedo dettagli al negoziante e vengo a sapere che sono Mata e Grifone e che rappresentano i mitici fondatori della città ma si possono ammirare dal vivo solo nel mese di agosto. In un un’altra cartolina attira la mia attenzione una specie di carro con un’alta struttura, è ricca di figure di angeli e in cima svetta una Madonna  tenuta su un palmo di mano dal Signore:

– “Questa è la Vara” – continua il negoziante; “dal vivo è grandiosa, peserà otto tonnellate e sarà alta quasi 15 metri. Ogni 15 Agosto viene trainata a corda sulla strada bagnata e attira decine di migliaia di fedeli e curiosi. Una celebrazione antica, commovente, che non si può dimenticare… mi creda. La sera poi si può assistere ai fuochi d’artificio sullo Stretto” – conclude orgoglioso il negoziante –. Che spettacolo dev’essere… penso io.

In lontananza, dietro vari edifici “importanti”, svetta un bellissimo campanile: si tratterà sicuramente del Duomo di Messina… Proseguendo in quella direzione ad un incrocio si fronteggiano quattro edifici di pregio, disegnando una bella armonia di forme. In alto all’edificio leggo “Galleria Vittorio Emanuele III”: fortunatamente la curiosità mi invita ad entrare in un altro luogo che è mi apparso davvero suggestivo con il suo stile liberty – e che richiama alla mente anche più celebri gallerie –. Al suo interno noto anche un piano, vengo a sapere che è messo liberamente a disposizione della cittadinanza nel tentativo di avvicinare i ragazzi alla musica.

Giungo a passo spedito nella piazza del Duomo di Messina. Ammiro i dettagli della magnifica facciata principale – strano non averne mai sentito parlare prima d’ora –. Entro… è fantastico! C’è da perdere la vista!! Visito anche il museo al suo interno ed è ricchissimo di reperti di grande valore. Presente anche un organo spettacolare: quasi 16000 canne divise in 6 corpi, forse solo secondo in Italia e tra i più grandi al mondo.

All’uscita dal Duomo mi accorgo che è consentito l’accesso anche al campanile, mi attira il suo straordinario orologio astronomico. Alla biglietteria mi informano che non avrò molto tempo a disposizione, prima delle 12 bisognerà lasciare l’edificio per un qualcosa che non ho ben capito… salendo la rampa di scale mi rendo conto della presenza di meccanismi strani e complessi, sono presenti anche molte campane, “statue” ed elementi mobili. Arrivo in cima, sicuramente siamo vicini ai 50 metri di altezza, mi affaccio su uno spettacolo che sarà difficile da dimenticare: vedo tutta la città, il porto, la punta della Sicilia, altre magnifiche chiese che svettano poco distanti… una meraviglia davvero! Neanche il tempo di tornare giù e trovo la piazza gremita di persone che guardano attentamente il campanile. All’improvviso tutto prende vita, straordinariamente: un Leone ruggisce, un gallo canta, le statue di due donne suonano le campane – che scoprirò essere due eroine della città –, si susseguono in fila una serie di statue che rappresentano le fasi della vita, vedo nascere una chiesa, viene consegnata una “lettera” e sento l’Ave Maria, e mi perdo… sono estasiato dalla complessità e ricchezza di questo Duomo e da questo spettacolo unico al mondo. Mi appoggio alle grate che mi separano dalla magnifica fontana di Orione, mi perdo anche qui ad ammirarne i dettagli e le quattro figure nude distese, messe là a rappresentare quattro fiumi – tra questi in omaggio alla città anche il piccolo Camaro, che con le sue acque alimentava la fontana. “Opera del Montorsoli” – mi suggerisce con sorriso splendente e occhi neri luccicanti una ragazza dalla tipica bellezza sicula. “E tu, di chi sei l’opera?” mi chiedo io invano…

Solo la fame mi richiama all’ordine! L’ora è quella giusta e riparto per la bella Messina alla ricerca del famoso cibo da strada siculo. Entro in un tempio dell’arancino e me ne faccio uno in 30 secondi di goduria. Mi sposto di poche decine di metri e catturato da nuovi profumi vedo esposti dei grandi panzerotti fritti. Leggo che sono ripieni di scarola, tuma e pezzetti di acciuga: si chiamano “pitoni”! Non saranno di certo letali – mi dico, e assaporo questo capolavoro messinese caldo e profumato. Soddisfatti del mio piacere i gestori del locale mi invitano ad assaggiare anche un pezzo di quella che chiamano “focaccia alla messinese”. Buonissima… impasto croccante, scarola riccia, pezzi di pomodoro, acciuga, uno strato di formaggio siculo e una grattata di pepe nero… wow, non mi fermerei più! Mi porgono un bicchiere di birra dello Stretto e per stupirmi mi mettono dentro anche un dito di “vera” granita limone; – si “scialasse” –mi dicono… ed io mi scialai veramente!!

Tanta è la bontà e varietà di questi sapori che mi rendo conto di aver esagerato… raccolgo un insperato suggerimento indicatomi come rimedio infallibile per il caldo e la digestione: “vada avanti qualche centinaio di metri, in una piazza troverà un chiosco ottocentesco, là chieda una limonata al sale”. “Limonata che?” penso io.
Arrivo in questa bella piazza alberata, anzi di doppia piazza: è Piazza Cairoli, ricca di alberi, negozi e pasticcerie. Scorgo il chiosco, è notevole con il suo stile liberty. – “Buongiorno, mi hanno consigliato di provare una limonata al sale” –. Accanto a me un anziano signore in giacca e fazzoletto nel taschino sembra come illuminarsi, alla mia richiesta replica: – “E le hanno consigliato proprio bene! Vedrà!!” –. Confortato bevo con piccole soste un concentrato di freschezza. Porca miseria che botta di vita, mai bevuto niente di più dissetante. Il vecchietto vedendomi rinvigorito quasi mi redarguisce incalzandomi ancora:

– ma scusi, con una giornata così perché non va al mare a fare un bel bagno?–

Io in effetti nello zainetto asciugamani e ricambio li ho… In due minuti il mio nuovo “vecchio” amico mi mette su un tram e mi dice di scendere al capolinea:

–quando scende vada avanti qualche centinaia di metri e vedrà che inizieranno le belle spiagge di Messina –.

Ringraziandolo seguo alla lettera i suoi consigli, riuscendo in poco tempo a ritrovarmi su un piccolo fazzoletto di sabbia a godermi il mare vivo. Anche il panorama non delude, “che bella giornata e che bella gente” penso. Un bagno rigenerante, una doccia fresca, mi asciugo al sole e ritorno soddisfatto verso il capolinea del tram che dovrà ricondurmi alla nave.

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Sono alla fermata ma mi accorgo che proprio là c’è il museo regionale di Messina. Sembra interessante… visto che sono qui che faccio… non vado? Vado! Entro nel museo e conosco altre storie, ammiro pezzi unici che mi raccontano spaccati del passato di questa città sorprendente… trovo un altro Nettuno – quello originale del Montorsoli – e tanti altri reperti di pregio. Un bambino senza proferire parola mi indica col dito una stanza… entro, meraviglia nelle meraviglie trovo all’interno due capolavori del Caravaggio e un altro di Antonello da Messina. Benedico il bambino per il suo silenzio e soprattutto per la preziosa indicazione.

Il tempo scorre, è proprio ora di ritornare alla nave… prendo il tram di ritorno, appena sceso mi rendo conto però di non aver approfittato abbastanza della bontà della pasticceria sicula. Noto all’angolo della strada una piccola pasticceria-biscottificio, entro accompagnato da uno scampanellio e ordino sicuro:

– “Buonasera, un cannolo alla ricotta grazie”.
– “Subito!” – risponde un arzillo vecchietto. Poi continua: “glielo preparo semplice semplice, con una spolverata di zucchero a velo, quattro gocce di cioccolato e un pizzico di cannella, perché ho la ricotta buona”.

Compiaciuto mi accorgo che il vecchietto prende una ciotola piena di ricotta e con movimenti lenti e molta cura mi riempie la cialda del cannolo.

– Un attimo che “liffo bene” mi dice. Poi continua:

– Io sono stato anche professore di scuola lo sa, ma la pasticceria è sempre stata la mia casa, anche adesso che ho novant’anni”. Benedica penso io!

Un morso e sono in paradiso… che buono! Una ricotta fresca, raffinata, abbinata a una cialda croccante preparata alla “vecchia maniera”… fenomenale! Come un bambino raccolgo con la lingua la ricotta al centro della cialda… uhmmm! Saluto con calore, gratitudine e infinita ammirazione il vecchio pasticcere. Mentre sto per uscire mi chiede: – Lo vuole un “mezzo freddo” per digerire? – Non so cosa significhi ma accetto, tanto ormai ho già capito che il “mezzo” a Messina è sinonimo di qualcosa di buono: mezza birra, mezza con panna, mezzo freddo… e chissà che altro ancora. Caffé freddo shakerato addio… da oggi voglio solo il mezzo freddo messinese. Il vecchietto salutandomi mi dice:

– “è un peccato che non si ferma ancora a Messina… si perde molte cose, dalla chiesa di Montalto a Capo Peloro, dai laghetti di Ganzirri al panorama da “Dinnammare”, dalla pagnotta “alla disgraziata di Don Minico a una mangiata di cozze, di braciolettine di carne ripiene ca’ muddica, quelle di pesce spada, il pesce stocco alla ghiotta e tante, tante altre cose… se solo ci fossero servizi più efficienti e meno traffico…” –

Confuso e rammaricato delle esperienze mancate ritorno verso la nave e mi rendo conto che rischiavo di perdermi anche un altro vero capolavoro. Mi fronteggia una chiesa dove riconosco una fusione di stili bizantino, romanico, arabo e normanno. La chiesa si trova diversi metri sotto il livello della strada e ha caratteristiche che non avevo mai visto prima: è la Chiesa dei Catalani. Dispiaciuto capisco che non riuscirò ad ammirarne il suo interno, purtroppo è chiusa… Peccato, io avrei pagato volentieri per entrare.

La giornata è beatamente volata, purtroppo si riparte…

Mi affaccio dalla nave guardando allontanarsi la banchina del porto di Messina. Noto un signore sulla settantina con i capelli ancora lunghi e brizzolati, ha lo sguardo quasi perso nei pensieri, gli dico istintivamente:

– “eh, si sta bene a Messina… non ce n’è mangiare buono come quello siciliano” –

Fa solo un cenno col capo, intravedo un brillare di lacrima nei suoi occhi… si allontana, dicendomi con voce tremante:

– “lo so bene amico mio, io ci sono nato a Messina” -.

A vedere questa scena sento tutto il calore delle ore liete vissute in questa città, mi rendo conto di essermi commosso anch’io… Non mi aspettavo molto arrivando qui, diversi messinesi trasferiti al nord non mi avevano parlato in termini entusiastici della città e dei propri ex concittadini, anzi proprio il contrario… e mi dico che forse è una reazione al trauma del distacco forzato dalle origini, un sentimento che per reazione vitale porta a questa sorta di voler prendere quasi le distanze.

Andando via con un segno della croce colgo ancora la benedizione della Madonnina del porto e respiro per l’ultima volta a pieni polmoni l’aria di mare dello Stretto di Messina.  In lontananza intravedo delle grandi barche in legno, sono stranissime e per un attimo penso che possa trattarsi di un miraggio, del fenomeno della Fata Morgana… poi avvicinandomi mi accorgo che hanno una specie di piccola torretta di avvistamento posta al centro della barca stessa e una passerella sporgente diversi metri oltre la prua; allora capisco che sono davanti ad un altro pezzo di storia dello Stretto, di cui ho solo sentito parlare: la feluca e la pesca del pesce spada.

Il sole si nasconde dietro i monti e il cielo si colora di mille sfumature. Allontanandomi ripenso ai luoghi, ai profumi, alla luce e al venticello che attraversa le strade e le piazze di Messina. Sento quasi la mancanza delle persone incontrate, di quella scintilla negli occhi, dei gesti e della cadenza della parola, sono persone aperte all’incontro i messinesi… e anche fatalisti, si capisce subito. Probabilmente sarà il segno delle tante volte in cui sono caduti feriti da guerre e calamità naturali e poi sempre risorti, ancora e ancora… sarà per questo che si entusiasmano e si incupiscono in un attimo…

Ciao bella Messina piena di luce… mi mancherai… molto…

– Dedicato alla mia famiglia, alla mia città e ai miei amici lontani… Che sia spunto di riflessione anche per tutti quelli che non apprezzano abbastanza questa città, per quelli che ormai non si accorgono della bellezza che li circonda e per quelli che non la rispettano come dovrebbe.

P.S. ciò che ho descritto in questo “racconto” e anche i percorsi tracciati in questo cammino nella città prendono spunto, quasi fedelmente, da un paio di esperienze realmente vissute un paio di anni fa da un mio amico del nord, nel giorno in cui ha fatto tappa a Messina con una nave da crociera. L’aneddoto della limonata al sale e del vecchio è un particolare realmente accaduto con identiche parole e fatti riportati… cose che solo in Sicilia possono avvenire. Presente un piccolo omaggio al compianto prof. pasticcere Spatafora ed a Elio Vittorini.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. luisa zambrotta ha detto:

    Il carillon del Duomo a mezzogiorno! Mi riportato un ricordo meraviglioso e te ne ringrazio

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    1. raccontodisicilia ha detto:

      Ne sono felice, grazie a te!

      Piace a 1 persona

      1. luisa zambrotta ha detto:

        🌹 🌹 🌹

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