Modica, il luogo della felicità di Bufalino

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Sono passati già diversi anni dalla mia prima visita a Modica, non avevo neanche iniziato a scrivere di Sicilia e a pubblicarne immagini; ma anche questo luogo è stato un passaggio importante per dar vita al “Racconto”, che non è altro che il risultato di continui viaggi di ritorno: un ripercorrere l’Isola alla ricerca del “sapore” di felicità vissuta già molti anni prima.

Modica è ormai famosa: per il suo straordinario barocco, perché fa parte di quel meraviglioso circuito dei luoghi televisivi del Commissario Montalbano, e per l’unicità del suo cioccolato – richiamo di riti antichi e terre lontane –. Proprio del suo cioccolato bisognerebbe scriverne un capitolo separato, non dimenticando che se oggi tutti conosciamo questo prodotto unico è grazie soprattutto al prezioso lavoro di ricostruzione della memoria intrapreso dalla Antica Dolceria Bonajuto – nelle figure di Franco Ruta ed ora del figlio Pierpaolo –. Lo amava molto anche Sciascia questo cioccolato particolare, e così lo definiva: “di inarrivabile sapore, sicché a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’Archetipo, all’assoluto, che il cioccolato altrove prodotto – sia pure il più celebrato – ne sia l’adulterazione, la corruzione.”. Tutto quello che ne è seguito negli ultimi anni può essere considerato la conseguenza del successo del lavoro portato avanti dalle famiglie Bonajuto e Ruta, un percorso partito più di 150 anni fa. Se è vero che ultimamente molti non riconoscono come dovrebbero i meriti della Dolceria Bonajuto, c’è invece chi l’ha omaggiata con la nascita di una birra. Parlo dei quattro amici che hanno dato vita al sogno della Birra “Tarì” – uno dei migliori birrifici artigianali della Sicilia e d’Italia –. Vi assicuro che la “Trisca” e la “Bonajuto” sono due birre che vorrei sempre avere in casa al fresco, la prima perfetta da abbinare a pesce e crostacei e la seconda persino al cioccolato o al cannolo alla ricotta.

A Modica si mangia anche molto – ma molto – bene; qui infatti l’offerta gastronomica spazia su tutte le tipologie di ristoranti e di prezzi. Dallo stellato Accursio, chef che sfrutta i suoi ricordi sensoriali e fa giochi d’illusionismo con le materie prime – come quello dell’uovo alla coque che in realtà nasconde un dolce di biancomangiare e purea di frutta –. Altra tappa consigliata è quella della Locanda del Colonnello, che soddisfa sempre per l’ottimo rapporto qualità prezzo e per la bella location. Non mancano le trattorie familiari tipiche come l’Osteria dei Sapori Perduti, con il classico giro d’antipasti alla “siciliana” e piatti simbolo come i “lolli con le fave”; oppure le economiche ma soddisfacenti focaccierie  modicane, con ricca offerta di “scacce” ragusane e arancini per tutti – vedi la “solidale” Focacceria Don Puglisi –. Una varietà d’offerta che vive grazie all’abbondanza dei prodotti del territorio modicano, che è sì zona prettamente di campagna ma nello stesso tempo si trova a due passi dal mare e dai monti Iblei.

L’evoluzione di Modica poteva – e può ancora avere – uno “sviluppo” migliore. Ci sono dei Comuni vicini che anche se con minori potenzialità forse hanno dimostrato una crescita qualitativa superiore… per esempio lo sviluppo di un’area pedonale più godibile, o la cura e valorizzazione di alcune zone da recuperare.

Quando cala il sole, e si accendono le luci dei vicoli, inizia però la magia di Modica. In quel momento se ne intuisce tutto il fascino, dato anche dalla particolarità unica del suo diramarsi tra la valle e la roccia, con le numerose scale ad unire le due anime della città. Nella notte Modica sembra  trasformarsi in un meraviglioso piccolo presepe vivente. Le sue chiese barocche si distinguono una dall’altra, qualcuna anticipata da lunghe scalinate altre da statue di santi che sembrano quasi “parlanti”, che vi porteranno a riflettere sulle debolezze umane. Cercando informazioni nel web sul Duomo di Modica potreste confondervi… sì perché alternativamente troverete l’indicazione a volte del Duomo di San Giorgio altre volte del Duomo di San Pietro. Del resto non a caso si parla delle due Modica: la Alta e la Bassa. In realtà per placare antiche rivalità anche dal punto di vista religioso entrambe le chiese sono state anticamente dichiarate chiese madri. In effetti, a guardarle bene, sono così belle e così diverse che si farebbe un torto a qualcuno ad eleggerne solo una a chiesa più importante e rappresentativa. 

Pochissimi chilometri e si ritrovano anche le spiagge di Marina di Modica e Maganuco… o ancora quelle non lontane di Marza o di Sampieri  – seppur facenti parte di altri comuni –. Spiagge di dune e di sabbia  dal colore intenso, che luccicano come polvere d’oro; spiagge bagnate da un mare spesso increspato da venti mediterranei e con sfumature che ne ricordano quelle di un deserto, che si apre sulle acque fresche della libertà.

Ricordo anche le magnifiche giornate del soggiorno modicano, immerso nella sua campagna, tra i rivalutati alberi di carrubo e i lunghissimi muretti a secco – sculture di fatica eletti a patrimonio dell’umanità –. Ai tempi avevo scelto di fermarmi proprio in questo contesto naturale, incastonato tra il mare e il barocco della cittadina. Dopo anni ricordo con nostalgia il resort Cambiocavallo Unesco Area, con i mille colori della natura, l’accoglienza attenta ma “naturale” del personale – anzi meglio dire dei suoi custodi –. Indimenticabili le colazioni all’aperto, all’ombra di un grande albero in quella che ho ribattezzato come “la piccola corte del carrubo”; oppure gli aperitivi serviti sulla verandina della camera vista campagna, per non parlare della limonata “fresca” servita appena tornati dal mare.

Modica mi ricorda anche un grandissimo scrittore: Gesualdo Bufalino. Si è fatto pregare anche da Sciascia per tirare fuori un suo scritto. Pensate che il suo primo libro l’ha pubblicato passati i 60 anni – e dopo le lunghe insistenze di Elvira Sellerio –. Bufalino non è autore semplice da leggere, una sua caratteristica è proprio mettere al centro del suo scrivere l’utilizzo “tormentoso” e libero della parola: la dominava in tutte le sue sfumature, l’utilizzava a suo piacimento, il suo smisurato livello culturale lo portava a continui richiami di altro o a metafore particolari. Spesso nei suoi libri la “parola” prende il sopravvento sulla storia stessa… e questa complessità per un “normale” lettore è nello stesso tempo il pregio maggiore e il suo piccolo difetto. In questo periodo potrebbe essere interessante leggere il suo primo libro “Diceria dell’untore”: narra di un amore nato tra due malati di tisi rinchiusi in un sanatorio – dove lui stesso era stato realmente rinchiuso gravemente ammalato –.
Dicevo che Bufalino mi ricorda Modica… perché è il luogo dove ha vissuto anni felici che lo hanno portato a scrivere il libro “Argo il cieco”. E qui vi lascio alle sue parole e alla sua descrizione unica di Modica e di un tempo passato: memoria di una felicità vissuta e perduta… che ci riporta in un altro dei luoghi straordinari che ancora questa Sicilia custodisce insieme ai suoi difetti.

Da “Argo il Cieco” di Gesualdo Bufalino:
– Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tel di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.
Ballavo male, nel cinquantuno. Non che avessi ballato bene sin dal principio… –

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