Vite nello Scirocco

Vi racconto di “vite nello Scirocco”, ne scrivo in pieno inverno per non procurare sofferenza.

Il “Ventu di menzujornu” quando arriva in Sicilia l’avvolge, impossessandosi delle vite stesse dei siciliani: dopo il primo giorno inizia a confonderli, a straniarli; al terzo giorno gli farà perdere volontà e sentimenti.

I “tre giorni dello Scirocco” sono giorni di penitenza e di stravolgimento, di malattia sì!

L’unica soluzione conosciuta è l’immobilità, assoluta! L’immobilità in attesa del calar della notte, accolta pur nella sua calda umidità come una piccola rinascita, di ritorno alla vita… notti che – quando i ventilatori e l’aria condizionata erano lusso per pochi – erano da passare su una sdraio aperta sul balcone, oppure sopra materassi stesi a terra nella parte più fresca della casa. Nei giorni di scirocco sentirete spesso il siciliano, quello fortunato che ha il mare a portata di mano, sentenziare così: stanotti vaiu a dormini nta spiaggia.

Nei giorni di scirocco non c’è impegno da prendere, né obblighi da rispettare, neanche quelli dovuti alla professione o alla parentela. Tutto deve fermarsi, tutti hanno l’obbligo morale di non muoversi troppo per  non muovere ventu caudu; vite destinate all’attesa, unite nella pietà della condizione da “malati”. Persone, cose, animali: in quei giorni c’è comprensione e pietà reciproca.

Lo Scirocco non è un vento per il siciliano, ma piuttosto è un’entità misteriosa, si dice che si carichi di caldo e sabbia nel deserto Africano… il dubbio è che nasca direttamente all’interno dei nostri vulcani, tra il bollore della lava. Lo scirocco ci ricorda che la vita può essere difficile, che di fronte alle volontà divine non semu nenti.  

Sudano persino le cose, come e più delle persone, le tende all’entrata dei vecchi bar – con i loro lunghi filamenti in plastica – sembrano divenire ventose di polpo. Parlare diventa una fatica inenarrabile, stranamente la parola sembra pesare più dei gesti… forse per via dell’emissione di fiato caldo, o per l’impossibilità e lo sforzo che in quei giorni richiede persino il formulare un pensiero. In quei tre giorni si gesticola, lentamente, con movimenti degli occhi soprattutto, con piccoli e misurati cenni delle sopracciglia o delle dita; ciò fa sì che i nostri discorsi diventino quasi incomprensibili a un non siciliano… gesti che teniamo nascosti nel dna, assimilati nel corso dei millenni, utilizzati anticamente per non farci capire dai dominatori di turno  (ma probabilmente a volte anche per farci capire), comunicazione che torna istintivamente utile proprio nei giorni dello Scirocco…

Lo Scirocco giunge come un grande ciatu caudu chi n’arriva ncoddu, umido e soffocante… Giornate in cui ti allippi alle granite limone e alle limonate al sale ad ora tarda, quando vagando come uno zombie trovi quei chioschi aperti che ti sembrano come miraggio di un’oasi nel deserto.

Con sorpresa nelle mie letture di libri e cose di Sicilia lo Scirocco torna di frequente. Ne ho trovato  descrizioni spettacolari  sia in un libro di Antonio Russello (autore scoperto grazie a Roberta Corradin e Antonio Cicero del Il Consiglio di Sicilia) sia in Alexandre Dumas. Scirocco protagonista di un racconto di Nino Pracanica, che è riuscito a fare di più: immortalandolo in una sua maschera, come se davvero Nino  l’avesse plasmato trasformandolo con le sue mani da vento a panta-imago.

Antonio Russello apre il libro “La grande sete” così:

“Il vento di scirocco durava da tre giorni. Dapprima erano stati i carrubi sull’alto costone ad accartocciare le foglie, a spaccare la corteccia, a dare quasi tra spacco e spacco lingue di fuoco. Ed il mare laggiù era lontano 18 chilometri…”

“Lo scirocco è vento dell’Africa, umido; passa il mare, porta sabbia, riempie bocca occhi capelli di terriccio; riduce uomini e animali a stracci, gli nega la forza di volontà, d’intelligenza; piuttosto gli brucia il sangue e gli fa venire la febbre e gli stravolge il destino d’uomini in quello di cose: pietre o alberi.

Insomma Russello quasi riesce a fartelo sentire addosso questo Scirocco… finirà che il contadino dovrà combattere con il proprio “scecco” per un sorso d’acqua. Leggendo Russello inizi istintivamente a boccheggiare, come per un effetto placebo.

Invece, con grandissima sorpresa, sarà Alexandre Dumas che mi restituirà con un tocco d’ironia eccezionale  il racconto più divertente e rappresentativo della condizione del siciliano nelle giornate di scirocco. Sbarcato in Sicilia ci racconta in “Messina la nobile” la sua esperienza così:

“Scesi dal portinaio, lo trovai coricato su un vecchio divano tutto a brandelli e gli chiesi perché la casa era deserta.

“Ah! Signore – mi disse – non sentite che scirocco”.

“Ma, quand’anche facesse scirocco – gli risposi – non è una valida ragione che non venga quando si suona”.

“Oh! Signore, quando fa scirocco, nessuno fa niente”.

“Come? Nessuno fa niente? E chi serve allora i viaggiatori?”.

“Ah! In quei giorni, si servono da loro”.

“… La casa sembrava abbondonata e io pensai, da parte mia, che se una banda di ladri non si curasse dello scirocco, avrebbe fatto senza alcun dubbio ottimi affari a Messina.

“L’ora della visita del dottore arrivò, e il dottore non si fece vedere. Credetti che anche lui, come gli altri, avesse lo scirocco;

“… Guardate – mi disse – la canna suda”.

“Ebbene! Che cosa prova tutto questo? – gli chiesi –“.

“Questo prova, signore, che, con un tempo simile, non ci sono più medici, ci sono soltanto malati”.

… “Ebbene! – mi chiese Jadin rivedendomi – il dottore non viene oggi?”.

“In fede mia, mio caro, pretende di essere più malato di voi e che dovreste andare voi a curarlo”.

“Che cosa ha dunque? La peste?”.

“Ancora peggio, ha lo scirocco!”. –

Ma lo Scirocco per molti siciliani è anche un’atmosfera, qualcosa che ci lega a dei momenti quasi onirici, e che in qualche modo ci unisce alla nostra terra… per questo troverete testimonianze di odio-amore verso esso, ove a secondo dei momenti prevarrà ora l’uno, ora l’altro sentimento.

Allora che questo mio scritto serva come monito a tutti quei viaggiatori che dovessero trovarsi in Sicilia nei fatidici “tre giorni dello Scirocco”… siate clementi, non abbiate pretesa alcuna, non abbiatene a male se vedrete mancare la solita ospitalità e disponibilità dei siciliani … cercate di accogliere quei tre giorni come esperienza e insegnamento, che vi potrà sempre tornare utile nella vita.

VITI ‘NTO SCIROCCU

Arriva ventu cauddu in Sicilia e ni cunfunni,

fa perdiri vuluntà e i sentimenti affunni.

Su i tri jorna duri du sciroccu,

unni penitenza e malatia jò toccu.

L’unica è stari fermu, immobili,

spitannu a scuratina di notti ignobili.

Durmemu nte baccuni, chi materassi ‘n terra,

stanotti vaiu a dormiri nta spiaggia piddavera.

Nun ci la fazzu a travagghiari veramenti,

pi favuri non mi parrati propriu i nenti,

né i camurrii né i ‘mbrogghi e di parenti.

Lassatimi femmu e parrati lentu

e pi favuri non muviti ventu.

Vadda dda, sudunu pirsinu li cosi,

li tendi i plastica di bar addiventunu vintosi.

A mia stu sciruccu non mi pari mancu un ventu,

è ‘na cosa misteriusa, nasciravi intra li vulcani u sentu.

Non parrati, non ittati ciatu cauddu,

isati sulu l’occhi, muviti li sopracciglia,

la menti e lu pensieru u sentu s’assottiglia.

Lu sciroccu n’arriva ‘ncoddu suffucanti,

allipamuni nte graniti, limonati o sali avanti,

caminamu nte stradi comu i motti

ciccannu chioschi apetti puru i notti.

Allura jo dicu ‘e foresteri

chi venunu in sicilia volentieri,

nte iorna di sciroccu siati climenti,

non vi biliati ma non ni dumannati nenti,

si non semu ospitali comu sempri

fai cuntu chi nta sti iorna tu ti tempri.

I tri jorna du sciroccu in Sicilia su esperienza

chi torniravi utili nta vita comu la simenza

Dipinto di Angela Andaloro

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